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realizzazione siti web torino

Realizzazione siti web torino

Colgo l’occasione, con questo nuovo articolo a distanza di anni, di fare il riepilogo su una serie di post, che ho pubblicato su www.posizionamento-seo.com, per provare a spiegare ai professionisti come realizzare al meglio i siti web per Torino e Provincia.

Questi articoli sono divisi per argomenti, alcuni trattano argomenti tecnici, altri spiegano come organizzare al meglio il lavoro e alcuni quali sono gli strumenti necessari a ottimizzare il metodo di lavoro.

Provo a fare un riassunto e un riepilogo, per i più interessati.

Progettare al meglio il lavoro di sviluppo

  • Progettare un nuovo sito web
  • Realizzare siti web a Torino
  • Le caratteristiche di una web agency professionale
  • Studiare l’anatomia di un sito web nelle differenti versioni per desktop e dispositivo mobile
  • Comprendere quando è necessario il restyling di un sito web
  • Una analisi per comprendere cos’è un sito web
  • Le differenze tra le varie tipologie di siti internet esistenti sulla rete
  • Le differenze tra il lavoro di un professionista e di una persona non esperta del settore informatico
  • La differenza tra un sito web gratis e uno realizzato a pagamento

La tecnica relativa alla realizzazione dei siti web

  • Ottimizzare l’usabilità di un sito internet
  • Analisi dei plugin SEO per un sito realizzato in WordPress
  • Come realizzare delle email, di risposta automatica per il form, ottimizzate per visualizzazione sui dispositivi mobile

Gli strumenti di lavoro

  • Analizzare lo user-agent per comprendere come sviluppare un sito per i differenti device
  • Dove realizzare i siti: host online o server di test locale?
  • Il cloud: come installare Owncloud e utilizzarlo
  • Impariamo a utilizzare il cloud per ottimizzare il lavoro di una web agency
  • Differenze negli strumendi di analisi degli accessi: Piwik e Google Analytics
posizionamento seo

Un nuovo sito dedicato al SEO

A seguito della modifica della mia attività (non più riparazione dei computer ma sola creazione di siti internet e relativo posizionamento sui motori di ricerca) ho inaugurato giusto ieri un nuovo sito dedicato a tutte quelle tecniche relative al SEO organico, all’ottimizzazione dei Social Network e all’advertising. Continua a leggere

owncloud raspberry hdd raid

Creare un Cloud Aziendale con il Raspberry Pi

componenti owncloud raspberryVi ricordate l’articolo di qualche tempo fa in cui vi raccontavo come creare un CLOUD personale mediante Raspberry Pi e in particolare di come effetuare un RAID tra due chiavette USB? Beh dimenticatelo, è una CASTRONERIA immensa, che solo ad un pazzoide come me poteva venire in mente. Le chiavette USB sono memorie volatili, non utili per salvare a tempo immemore i dati (e in effetti nemmeno gli HDD, ma almeno un po’ più di autonomia la offrono). Il resto dell’articolo però non era tutto errato, è possibile creare un CLOUD mediante Raspberry e utilizzarlo in ambito aziendale e a questo proposito foto e tutorial per spiegarvi come ho creato una nuvoletta personalizzata per un’azienda che recentemente mi ha commissionato questo progetto.

Ma procediamo per gradi.

MISSION: Creare una directory di scambio documenti (Excell, Word, Immagini e PDF) tra 7 centri dislocati tra Italia e Svizzera gestiti e amministrati da un “super utente” dislocato a Torino (mediante operazioni su cartella senza che vengano richieste competenze particolari).

pinza crimpatrice rj45

MATERIALE NECESSARIO:

  • Raspberry Pi
  • Scheda SD per il sistema operativo
  • Alimentatore per raspberry
  • 2 HDD (li ho presi da 500GB) e relativa enclousure alimentata
  • Cavo di rete (crimpato per l’occasione in modo da poterlo collegare al router aziendale)
  • Cavo di alimentazione da trasforare in ciabatta a cui collegare i 3 dispositivi
  • APC UPS o Gruppo di continuità a cui collegare il tutto
  • Vecchio case da PC in cui inserire i vari componenti per non lasciarli a prendere polvere

SOFTWARE NECESSARIO:

ORDINE DELLE OPERAZIONI:

  • Montare i due HDD nei rispettivi case e controllare che funzionino, per comodità una volta terminato il check formattarli e partizionarli in ext4 (è possibile effettuare questa operazione sia da Linux con il comando fdisk che da windows direttamente da sistema o utilizzando uno dei millemila tool a disposione)
  • Installare OS, pacchetti aggiuntivi (APACHE, PHP5, SQLITE, PACCHETTI DIPENDENTI e OWNCLOUD come vedremo di qui a poco) sul raspberry pi
  • Effettuare RAID tra i due HDD
  • Testare il funzionamento, smontare e rimontare il CLOUD all’interno del contenitore che vorremo utilizzare per tenere i vari componenti uniti (conviene effettuare questa operazione solo dopo aver testato il software per essere sicuri che tutto funzioni senza dover riaprire per cambiare qualche pezzo con problemi di funzionamento, dico questo dopo aver installato 4 volte l’OS sulla scheda SD senza capire dove era il problema del non funzionamento rendendomi conto solo dopo di usare una piastra Raspberry bruciata tempo fa nel corso dei miei vari esperimenti sull’overclock e i dissipatori)
  • Collegare il nostro nuovo CLOUD al gruppo di continuità e alla rete (necessaria connessione internet con IP fisso) e settare le regole di forwarding del router in modo che su una porta da noi scelta la connessione internet venga instradata verso il nostro Raspberry
  • Configurare i Client (vi consiglio di effettuare da voi la configurazione mediante desktop remoto per non comunicare passwd che potrebbero confondere gli utenti)

CONFIGURAZIONE DEL CLOUD

Bene, una volta che abbiamo montato gli HDD, incominciamo a preparare le operazioni per installare Raspbian sulla nostra scheda SD. Naturalmente non è obbligatorio utilizzare questo OS tra i vari proposti dal sito principale del nostro Raspberry, ma vi dirò dopo averli provati un po’ tutti mi sembra il migliore e il più stabile tra quelli proposti.

La guida ufficiale da seguire è quella proposta da instructables.com, ma vi consiglio di non scaricare l’immagine che propongono in quanto ha già pacchetti precompilati all’interno (in particolare relativi al server Apache e a SSL) che vanno in conflitto con le spiegazioni che propongono (mi han fatto impazzire un bel quarto d’ora e proprio per questo mi appresto a creare questo tutorial).

Di mio per le prime operazioni ho utilizzato un computer con Windows 7 per poi continuare la configurazione direttamente sul nostro Raspi utilizzando Putty (o se preferite Kitty). Una guida la potete trovare (in italiano per chi vuole!) su raspberry.org, ma la riporto qui per comodità (mia nel caso di future installazioni ;p):

  • Scarica l’immagine necessaria come dal link che vi propongo poco prima nella sezione SOFTWARE NECESSARIO
  • Inserisci la scheda SD in una porta dedicata o utilizza HUB per SD USB e formatta la scheda SD (utile a questo proposito SD Formatter)
  • Scarica WIN32DiskImager, scompattalo e eseguilo, seleziona l’immagine di Raspbian scaricata e scompattata in una Directory (o come si usa dire ora in Italiano Cartella… bah) e premi su Write e attendi la fine delle operazioni segnalate da una nuova finestra su cui dovremo premere su OK
  • Scollega la scheda, inseriscila nel raspberry pi, collegalo alla rete dai alimentazione con l’alimentatore e con Putty (è necessario capire che indirizzo IP gli è stato assegnato dal vostro DHCP server, nel mio caso il router, gli ha assegnato) effettua il primo accesso. Nome utente Pi, passwd: raspberry

Bene siamo pronti per incominciare, fai un bel respiro (fiuu) fai partire Pandora per creare atmosfera (consiglio Karl Jenkins) e…. si va!

Al primo avvio verrà eseguito in automatico il comando Raspi-config (nel mio caso l’ho utilizzato al volo per overcloccare il raspberry portandolo a 900 Mhz giusto per avere un attimo più di velocità) effettua reboot del dispositivo e ricollegati al Raspberry con Putty.

Da qui in poi per le cose che non capite guardate gli screenshot su instructable, utili e per i niubbi direi necessarie!

Modifica subito la rete in modo che il raspberry pi abbia indirizzo IP statico (necessario, serve a far si che l’IP non cambi mai nel caso di blackout e riavvi vari e che il nostro microserver si avvii molto più velocemente):

$ sudo nano /etc/network/interfaces

e inserisci i nuovi valori (in funzione di come hai configurato la tua rete aziendale):

auto lo
auto eth0
iface eth0 inet static
address 192.168.1.XXX
gateway 192.168.1.1
netmask 255.255.255.0
network 192.168.1.0
broadcast 192.168.1.255

premi su CTRL + O (salva) e CTRL + X (esci dall’editor). Riavvia la rete del Raspberry per far si che i cambiamenti abbiano effetto:

$ sudo /etc/init.d/networking restart

Ora aggiorna i software del nostro OS:

$ sudo apt-get update

Ora installiamo il software necessario per creare il nostro server Apache su cui far girare il nostro Cloud (vi consiglio di copiare e incollare in putti questa stringa per non doverla riscrivere da capo, pur con l’ausilio del completamento automatico dei comandi nativo di Linux con il tasto TAB):

$ sudo apt-get install apache2 php5 php5-json php5-gd php5-sqlite curl libcurl3 libcurl4-openssl-dev php5-curl php5-gd php5-cgi php-pear php5-dev build-essential libpcre3-dev php5 libapache2-mod-php5 php-apc gparted

Al fine di ottimizzare PHP installiamo l’estensione APC (Alternative PHP Cache):

$ sudo pecl install apc

E andiamo a dire al nostro motore PHP di utilizzarla creando un file .ini:

$ sudo nano /etc/php5/cgi/conf.d/apc.ini

E inserendo i seguenti dati:

extension=apc.so
apc.enabled=1
apc.shm_size=30

Salviamo e chiudiamo il file come prima con CTRL + O e CTRL + X

Ora andiamo a cambiare i valori di upload_max_filesize, post_max_size del nostro server Apache al fine di aprire l’upload di file sul cloud a dimensioni esagerate (1 GB di file!!!). Per far questo editiamo php.ini:

$ sudo nano /etc/php5/apache2/php.ini

E impostiamo i valori sui rispettivi dati:

upload_max_filesize=1024M

post_max_size=1200M

Per muovervi direttamente alla riga necessaria all’interno del file php.ini vi consiglio di utilizzare l’utile funzione di nano trova con il comando CTRL + W

Aggiungiamo al nostro php.ini l’estensione per APC, quindi spostiamoci nel file nella sezione delle estensioni (extension=) e aggiungiamo la riga:

extension=apc.so

Salviamo e chiudiamo (devo inserire di nuovo i comandi di nano? Dai su che ora li avete imparati!)

Configuriamo Apache per abilitare SSL (lo fa Google con le query di ricerca perchè non possiamo farlo anche noi? ;p)

$ sudo nano /etc/apache2/sites-enabled/000-default

E modifichiamo i valori di Allow over ride da All a None e configuriamo SSL

$ sudo a2enmod rewrite

$ sudo a2enmod headers

Concludiamo quindi la configurazione di SSL come ci propone instructable:

$ sudo openssl genrsa -des3 -out server.key 1024; sudo openssl rsa -in server.key -out server.key.insecure;sudo openssl req -new -key server.key -out server.csr;sudo openssl x509 -req -days 365 -in server.csr -signkey server.key -out server.crt;sudo cp server.crt /etc/ssl/certs;sudo cp server.key /etc/ssl/private;sudo a2enmod ssl;sudo a2ensite default-ssl

Mi raccomando nel fornire la passprase nel tenerla a memoria! Riavviamo quindi il nostro nuovo web server Apache:

$ sudo service apache2 restart

Ed ora possiamo finalmente scaricare owncloud. Vi consiglio, a differenza di come fa instructable che fa riferimento ad un indirizzo non più presente su www.owncloud.org di utilizzare l’utima versione del software (la 5.x in quanto la 4.x ha alcuni problemi con le directory condivise):

$ wget http://download.owncloud.org/community/owncloud-latest.tar.bz2

Procediamo con la decompressione dell’archivio:

$ sudo tar -xjf owncloud-x.x.x.tar.bz2 e qui vi consiglio di utilizzare il completamento automatico dei comandi a cura del tasto TAB in quanto potrebbe essere differente la versione di Owncloud che andate ad installare da quella che ho installato io.

Ora potete procedere a copiare la cartella nella web root del vostro server Apache presente sul Raspberry:

$ sudo cp -r owncloud /var/www

Diamo i permessi al nostro web server di accedere ai file e alla relativa directory (o cartella se proprio vogliamo usare sto windowismo)

$ sudo chown -R www-data:www-data /var/www/owncloud/

Modifichiamo i valori del nostro file .htaccess e settiamoli come quelli inseriti all’interno del file php.ini per far si che possiamo effettuare upload di file di dimensioni pari ad 1 GB:

$ sudo nano /var/www/owncloud/.htaccess

Ci fermiamo un attimo, modifichiamo la musica che stiamo ascoltando su Pandora (non è che sia necessario, ma dopo un po’ Karl Jenkins potrebbe annoiare e di mio passerei ai Chumbawamba), e incominciamo a configurare il raid tra i due HDD che immagazzineranno i dati del CLOUD.
In questo caso la guida di riferimento è quella di Davidhunt, ma al posto di usare 3 HDD ne andiamo ad usare “solo” due.

Partiamo dal presupposto che abbiate già partizionato in unica partizione (identica fra i due hdd, identici fra loro) e l’abbiate formattata in Fat32. Colleghiamo gli hdd ognuno in una delle due porte USB del nostro Raspberry (mi raccomando che siano autoalimentati o vi si bruceranno quanto prima) e monitoriamo come vengono visti dal nostro raspy:

$ sudo cat /proc/partitions

In genere ne troviamo uno in sda1 e l’altro in sdb1

Installiamo mdadm con cui effettueremo il raid:

$ sudo apt-get install mdadm

Ed effettuiamo il raid tra i due hdd ottendone uno nuovo secondo la semplice equazione 1 + 1 = 1 (ossia ciò che scrivo su uno lo scrivo su due):

$ sudo mdadm –-create /dev/md0 –-level=mirror –-raid-devices=2 /dev/sda1 /dev/sdb1

E controlliamo che nasca il nuovo drive:

$ sudo cat /proc/partitions e controlliamo che esista md0 delle stesse dimensioni dei nostri due hdd

Creiamo quindi un filesystem in questo nuovo hdd virtuale:

$ sudo mkfs /dev/md01 -t ext3

Ed effettuiamo un veloce test per vedere se funziona questa nostra nuova partizione:

$ sudo mount /dev/md01 /mnt
$ sudo cd /mnt
$ sudo mkdir test
$ sudo rm -rf test/

Ora aggiungiamo una regola ad fstab per far si che ad ogni avvio del raspberry in automatico si monti questa nuova partizione:

$ sudo nano /etc/fstab e aggiungiamo la riga:

/dev/md01 /mnt/raid ext3 defaults 0 2

Riavviamo il raspberry e continuamo con l’installazione del nostro cloud seguendo il tutoria su instructables.com da dove l’avevamo interrotto:

$ sudo shutdown -r now

Riaccediamo con putty al nostro raspberry e creiamo una directory per i dati del cloud nella partizione raid e diamo possibilità al nostro server di accedere a questa nuova directory (e se volete chiamarle cartelle fatti vostri ma non chiamatemi):

$ sudo mkdir /mnt/raid/data/
$ sudo chown -R www-data:www-data /mnt/raid/data/

Ora puntiamo il browser all’ip a cui abbiamo configurato il nostro raspberry e completiamo la procedura di installazione del nostro cloud creando l’utente amministratore con relativa passwd e cambiando la directory di default per la cartella data a quella creata precedentemente (/mnt/raid/data/).

Ed ora arriva la parte davvero divertente, montare tutto in un nuovo case.

ASSEMBLIAMO FISICAMENTE IL CLOUD:

Necessari all’operazione:

componenti owncloud raspberry

  • Case svuotato per l’occasione e pulito da ogni traccia di polvere e sporcizia che non fa mai bene alle apparecchiature elettroniche
  • Raspberry con Owncloud installato e relativo alimentatore
  • I 2 HDD in raid e relativi alimentatori
  • Fascette elettriche, che come direbbe il signor Claudio Stefani (uno dei migliori attrezzisti di set del mondo del cinema Italiano) fanno meno male del banale e oramai datato fil di ferro
  • Pazienza, garbo, cura e buona musica.
  • Cavo ethernet e pinza crimpatrice per cablare il cavo di rete

giuntare fascetta elettrica

Iniziamo a preparare le fascette per fissare il raspberry, se non sono abbastanza lunghe giuntiamole come da figura.

raspberry in case

Piazziamo il raspberry in modo che la scheda sd sia poi accessibile dall’esterno:

accesso sd raspberry

Nel caso di future manutenzione o sostituizioni della stessa.

hdd raspberry raid

Piazziamo i 2 HDD e controlliamo che ci stiano i relativi alimentatori

cloud raspberry all component

Procediamo a fascettare e bloccare i cavi per non farli muovere in caso di trasporto del server fino ad ordinare tutto all’interno.

COSA MANCA?

Rimane tutta la parte relativa alla configurazione degli account, alla creazione di una directory condivisa e alla configurazione dei client, vi rimando però ad un prossimo articolo, questo mi sembra già parecchio lungo… e diciamocelo vi avrò decisamente annoiato!

aggiornamento grafica sito

Google Hummingbird, il nuovo algoritmo

Vi ricordate l’articolo di qualche giorno fa sulle strategie globali di Google?

Beh uno dei punti non era ben chiaro:

agosto/settembre interventi di fine tuning di Google sui suoi algoritmi senza ammettere l’intervento. Caso strano però determinati siti relativi a determinati settori merceologici risentono totalmente con picchi in positivo o negativo

Ma notizia di qualche giorno fa è andata a svelare l’arcano mistero, ossia a distanza di 3 anni dal lancio di Google Caffeine viene di nuovo modificato l’algoritmo di ricerca di google, il suo nuovo nome? Hummingbird o Colibrì.

Il nome è già un programma, il colibrì del resto è un uccello dal becco a spillo che riesce a scovare gocce di polline all’interno dei fiori più chiusi e serrati.

L’algoritmo è entrato in funzione a inizio settembre, ma era in studio e test già da mesi. I primi miglioramenti li avrà chi utilizza la ricerca vocale di google (più da periferica mobile che da browser su personal computer).

 SEO: Che faccio?

Ora tutti i webmaster si domanderanno, devo quindi cambiare nuovamente i testi dei miei siti o adottare tecniche particolari per migliorare l’indicizzazione dei miei siti?

Il blog di google ci rassicura su questo punto, verranno penalizzati tutti quei web site che non adottano tecniche “white hat SEO“, definite “black hat webspam” e se nel creare il sito le linee guida seguite sono quelle di Google per la creazione di siti di alta qualità il successo è assicurato! E su questo aspetto posso assicurare che le direttive consigliate da google per ottimizzare le proprie pagine funzionano, in particolare in questo ultimo mese ho notato miglioramenti ai siti che gestisco a seguito di interventi di ottimizzazione.

In un portalone di notizie che seguo oramai dal 2005 dopo il passaggio a nuovo tema grafico, rispettoso dell’html 5, della tecnologia responsive per la visualizzazione su tutte le periferiche e in particolare con il rilascio dei metadati (o dati strutturati) i miglioramenti non si sono fatti attendere e le pagine indicizzate da google sono schizzate dalle 900 alle 1100 e in continua crescita.

aggiornamento grafica sito

Per il sito della Starringfilm a seguito dell’ottimizzazione dei metatag TITLE e DESCRIPTION le pagine si sono, dopo una sola settimana, inserite nella serp di google prendendo le prime posizioni per le keywords: Starringfilm Torino e associazione Starringfilm. Chiaro per la parola chiave Starringfilm ci vuole tempo e continuo lavoro di creazione contenuti che tengano conto di questa parola.

Dopo una settimana dalla pubblicazione del sito. Parola chiave: Starringfilm Torino, ricerca di tipo Verbatim

starringfilm

Dopo una settimana dalla pubblicazione del sito. Parola chiave: Associazione Starringfilm, ricerca di tipo Verbatim

associazione starringfilm

Quindi alcune regole, che valgono sempre da tenere a mente, al fine di ottimizzaziore le pagine di un sito internet sono:

  • Aggiornamento tecnico per ottimizzare la visualizzazione dei siti su più periferiche
  • Aggiornamento dei contenuti con materiale di qualità
  • Uso Rich snippets o metadati e tag strutturati
  • Ottimizzazione del sito in funzione delle linee guida di google
  • Pazienza, i primi risultati si percepiscono dopo una settimana, dopo un mese (di lavoro quotidiano e certosino) i veri risultati.

 

Google Penguin 2.0? No ora 2.1!

Vi ricordate l’algoritmo penguin 2.0 di cui abbiamo parlato tempo fa?

Beh nella scorsa settimana è stata rilasciata la nuova versione, lo ha annunciato Matt Cutts su Twitter, raccontando di come questa volta però abbia avuto effetto solo sul 1% delle ricerche.

Per ora nei siti da me gestiti non ho notato differenze, a diversità di prima delle vacanze, a quanto pare abbiamo indovinato la strada da intraprendere per ottenere siti di successo!

Online il sito internet della Starringfilm

E’ di dominio pubblico il sito della Starringfilm, associazione non a scopo di lucro attiva nel settore fotografico, video cinema e educational. Le interazioni con il mondo del cinema Torinese sono delle più svariate, dai tour dedicati alle location dei film più famosi per le strade di Torino alle esperienze del divulgatore nelle scuole del capologo della provincia Sabauda.

A livello tecnico i lavori di cui si è occupata la RIDOPC:

– Reindirizzamento del dominio a diverso host.

– Splash screen temporanea in attesa della pubblicazione del sito avvenuta giovedì 3 ottobre 2013

– Tutorial introduttivo sulla terminologia e i diversi portali web, tutorial sulle tipologie di sito internet. Analisi della navigazione, Box Model, creazione Documento Charter (Content Strategy e documento tecnico e di sviluppo), analisi dei template, labelling, Web Developement, Programmazione del codice necessario alla pubblicazione, rilascio del sito e fine tuning.

– Associazione con analytics

Il sito è ottimizzato per l’incusione nei motori di ricerca e a livello di SEO, ma non è stato effettuato lavoro di indicizzazione e posizionamento. Non sono state organizzate campagne SMO, di online PR o ADW/Facebook AD. Con l’introduzione dei nuovi algoritmi di google e con la criptazione delle keywords si rischia nel caso non si pianifichino campagne di questo tipo di rimanere in posizioni arretrate nella serp di google relativa alle parole chiave utilizzate.

Google attacca con 4 armate il Mondo

90 La paura? No, la percentuale delle query di ricerca nascoste!

Google tira fuori dal cilindro le magie serbate e preparate in tutti questi anni. Lo dimostrano gli ultimi febbrili mesi di repentino e totale cambiamento della SERP del più famoso e utilizzato motore di ricerca.

I tasselli della strategia commerciale di Google si vanno a incastrare:

  • 22 maggio 2013 entra in gioco il nuovo algoritmo Google Penguin 2.0. Pian piano nel mondo vengono scremati tutti i siti (le prime modifiche nei siti da me gestiti le ho iniziate a sentire davvero il 26 maggio), portati nelle infime posizioni tutti quei siti dedicati e studiati per determinate parole chiave. Ora quello che conta è il contenuto.
  • agosto/settembre 2013 il meccanismo avviato da Google nel lontano ottobre 2011 arriva quasi al termine, ora non è più possibile per gli sviluppatori esterni a Google capire per quali parole chiave i visitatori arrivano dalle ricerche organiche nella Serp di google (grazie alla trasmissione in SSL delle parole chiave per gli utenti loggati con servizio google). Dico “sviluppatori esterni a Google” perchè il protocollo SSL se hai la giusta chiave lo decripti. Diverso naturalmente il discorso per gli inserzionisti Adwords a cui i dati relativi alle parole chiave vengono forniti (ma funziona solo per le inserzioni Adwords)
  • Introduzione della Serp Personalizzata. Oramai gli utenti che utilizzano Chrome e Google quotidinamente hanno istruito la propria barra delle ricerche a fornire risultati personalizzati sull’utente: se si è andati più volte su un sito o se questo ha molti link nei nostri canali social questo comparirà prima rispetto ad altri. Questo grazie a tutti i dati sui nostri gusti che in questi anni abbiamo inserito nei nostri social network.
  • agosto/settembre interventi di fine tuning di Google sui suoi algoritmi senza ammettere l’intervento. Caso strano però determinati siti relativi a determinati settori merceologici risentono totalmente con picchi in positivo o negativo.

Le temperature del web raggiungono picchi mai visti, aziende vedono i contatti da internet scendere in maniera vertiginosa (nel caso di siti internet studiati per essere indicizzati con tecniche oramai obsolete e “sporche”) dando il relativo spazio e relativi contatti a società finora rimaste nell’ombra a causa del basso posizionamento nelle serp. Altre vedono i propri visitatori più targettizzati rispetto al passato.

Ma perchè queste mosse?

L’intento è convogliare tutti i siti aziendali a utilizzare sempre più Adwords, unico strumento che garantisce un certo risultato, rendendo complicato il lavoro di chi intende ancora utilizzare il posizionamento organico. Un sito appena nato e con relativo pagerank 0/1 ha così bisogno di un intervento costante di immissione di contenuti per rimanere nelle prime posizioni per determinate parole chiave una volta (e se) le raggiunge ed in particolare se non fa lavoro di diffusione dei propri contenuti sui social a modificare le ricerche personalizzate degli utenti.

Ricordo che il posizionamento organico avviene grazie a qualità e unicità dei contenuti, oltre, ed in particolare a seguire le ultime manovre gloogliane ad un effettivo e quotidiano lavoro di diffusione degli stessi mediante canali social e di promozione.

P.S.: Un grazie speciale ad un mio collaboratore con cui quotidiamanente trattiamo questo nuovo fenomeno tecnosociale

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Trasformare l’Asus TF300TG in un Tom Tom

[image_60_right]http://www.problema-computer.com/wp-content/uploads/2013/07/schema-sostegno-tablet.jpg[/image_60_right]

In previsione di un lungo viaggio nella penisola Italiana e di una nuova stagione di assistenza nella riparazioni dei computer e dei vari preventivi per siti internet e prodotti web correlati da effettuarsi in vie poco conosciute di Torino ho deciso di rendere più stabile, nell’auto che uso per lavoro, la posizione e l’accesso al tablet Asus durante la guida, in particolare per consultare le varie applicazioni di mappe.

Nel dettaglio le applicazioni installate nella mia periferica portatile sono:

  • Orus Map – Free
  • Google Maps – Free
  • Tom Tom – A pagamento (59 €)

L’auto che utilizzo per i mie interventi è una Toyota Avensis Verso, e la posizione più indicata in cui posizionare il tablet Asus mi è sembrata quella tra il cambio e il cruscotto, prprio al di sopra del porta oggetti. In questa posizione il TF300TG non ostacola la visuale o distoglie lo sguardo dalla strada, è di facile accesso durante la guida (Ricordo che è obbligatorio e saggio fermarsi se vogliamo distogliere lo sguardo dalla strada!!! Sono serio, ne va della nostra vita e di quella degli altri!)

Dopo una rapida ricerca nei vari store online e non avendo trovato nessun prodotto su internet consono alle mie richieste ho deciso di crearmi il supporto su cui posizionare il tablet, utilizzando il seguente materiale:

  • Pedanina da Macchinista per set cinematografici. E’ un’asse di legno (in genere di dimensioni 30 cm x 18) con due listelli sotto per rialzarla ulteriormente e un foro centrale per sbarra passante per impilarle. In campo cinematografico viene utilizzata per rialzare macchine da presa o soggetti da inquadrare.
  • Imbottitura di stoffa
  • Pelle per rivestimento. Ho utilizzato un pezzo di un vecchio impermeabile in pelle tagliato e rovinato.
  • Elastici da stoffa
  • Gancetti per quadri
  • Fermagli di recupero
  • Occhielli filettati per Legno
  • Bironi
  • Colla vinilica
  • Trapano, punte a legno, distanziale
  • Sparapunti: utilizzate graffette e chiodi a T
  • Cutter
  • Forbici, dalla punta arrotondata

[image_60_left]http://www.problema-computer.com/wp-content/uploads/2013/07/sostegno-tablet-blocco-morbido.jpg[/image_60_left]

Ho spostato i due listelli sotto alla pedanina in modo che aderissero lateralmente al vano portaoggetti della Toyota come in nell’immagine 1 – figura 1.

Dopo aver preso le misure ho bucato la pedanina con il trapano. Il fine è di inserire i bironi da utilizzare come guida nel posizionamento del supporto per Tom Tom / tablet che andremo a creare sopra al vano portaoggetti, individuato come base di sostegno della pedanina (immagine 1 – figura 2). Nell’inserire bironi uso l’accortezza di fare i fori tutti alla stessa profondità, grazie ad un distanziale montato sulla punta del trapano. I bironi vengono fissati alla base grazie ad una goccia di colla vinilica. Lasciamo riposare e far si che la colla si secchi per 12 ore.

La combinazione di custodia per tablet che ho acquistato in combo con il dock esterno TF300-DOCK (la tastiera/batteria) prevede che la posizione migliore per visibilità e per ergonomia sia con la tastiera sganciata e rivolta verso il basso. Per far si che le vibrazioni e la pressione non rovinino la periferica ho inserito una buona imbottitura sulla superfice a contatto con il tablet della pedanina prima di rivestirla con la pelle di recupero. (immagine 2)

Dopo aver tagliato con il cutter l’imbottitura l’ho fissata sulla parte superiore della pedanina con la sparapunti e le graffette.

Ho rovesciato la pedanina e tagliato a misura la pelle da applicare per foderarla e l’ho fissata con la sparapunti e le graffette e dopo aver fatto le pieghe ai vari angoli con i chiodi a T .

[image_60_right]http://www.problema-computer.com/wp-content/uploads/2013/07/blocco-tablet-android.jpg[/image_60_right]

Ho misurato e applicato gli occhielli filettati a cui ho fissato gli elastici e alle estremità i gancetti per quadri. Serviranno come cinghie di fissaggio una volta apposto il supporto per navigatore (immagine 1 – figura 3).

Utilizzando delle fibbie di recupero dall’impermeabile, un elastico legacavi e un paio di occhielli metallici ho creato la fibbia a sgancio rapido per bloccare o meno il tablet sul supporto (immagine 3). L’ho fissata alla pedanina mediante la sparapunti e i chiodi a T (immagine 1 – figura 4).

Il sostegno viene così completato, nel video su youtube le spiegazioni del suo funzionamento e di come si posiziona il tablet sul supporto.

Costo della realizzazione: 0 € (e mezza giornata tra lavoro e foto).